COP26 Glasgow. Adesso che si fa?

Il Patto per il Clima di Glasgow si è distinto per il fatto che, per la prima volta nella storia dei discorsi sul clima, non si limita a nominare la CO₂ e altri gas serra come il problema, ma chiama in causa i combustibili fossili. Ahimè, l’unico menzionato per nome è il carbone.

 

di Tommaso Tiozzo Bastianello e Duccio Baldi *

 

Un po’ di storia prima

Facciamo prima un passo indietro, che cos’è la COP? La Conferenza delle Parti (Conference of the parties - COP) ha riunito per quasi tre decenni (quella di Glasgow è stata la ventiseiesima edizione) quasi tutti i paesi della Terra per condurre summit globali sul clima. La prima riunione della COP si è tenuta a Berlino, Germania, nel marzo 1995, e da lì ogni anno cambia sede in una città diversa scelta tra i paesi partecipanti. Dato che la presidenza della COP varia, quest’anno con il Regno Unito come presidente, la COP26 e i suoi 14 giorni di colloqui ininterrotti hanno avuto luogo a Glasgow. Durante le sue 26 edizioni, il cambiamento climatico è passato dall’essere una questione marginale a una priorità globale. Infatti, uno dei ruoli fondamentali della COP è quello di esaminare i dati nazionali e gli inventari delle emissioni presentati dalle nazioni partecipanti, in modo tale da valutare gli effetti delle misure adottate dalle parti e i progressi compiuti nel raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Quasi tutti avranno sentito parlare dell’accordo di Parigi. Ecco, l’accordo siglato nella capitale francese nel Dicembre 2015 ha visto l’impegno di ogni Paese partecipante a lavorare insieme per limitare il riscaldamento globale a ben meno di 2 gradi e puntare a 1,5 gradi. Questa pietra miliare alla lotta al cambiamento climatico è arrivata durante la ventunesima edizione della COP, o più semplicemente COP21. I paesi firmatari si sono impegnati a presentare piani nazionali che quantificano e stabiliscono il volume di riduzione delle loro emissioni – noti come contributi nazionali determinati o “NDC” –  per adattarsi agli impatti di un clima che cambia. Inoltre, si sono impegnati a rendere disponibili fondi per raggiungere questi obiettivi e hanno concordato che ogni cinque anni aggiorneranno il piano d’azione. 

 

Una conferenza attesa da molti 

L’incontro dopo cinque anni è arrivato. 200 nazioni, quattordici giorni di colloqui e alcune notti intere in un centro conferenze pesantemente disinfettato a Glasgow, in Scozia, hanno prodotto alcune promesse rivoluzionarie, una serie di regole rigide sui mercati del carbonio e alcune grandi aspirazioni che dovranno essere testate contro la realtà negli anni a venire. La pandemia non ha fermato la lotta al cambiamento climatico, ma inesorabilmente l’ha rallentata. I progressi raggiunti negli accordi, sono accettabili, ma non abbastanza per garantire che il mondo eviti impatti climatici catastrofici. Prima di andare nello specifico su alcuni temi e previsioni nel prossimo paragrafo, ecco un’istantanea dei risultati più importanti:

 

  • Obiettivo carbone 

È stato annacquato all’ultimo minuto per un impegno a “ridurre gradualmente” piuttosto che “eliminare gradualmente” l’energia prodotta da carbone. Non si è riusciti a raggiunge l’obiettivo di “consegnare il carbone alla storia”, ma va oltre a quanto fatto dal G-20 fino ad oggi e manda un chiaro segnale anche alle economie che ne fanno un uso principale nei propri piani di espansione. 

 

  • Accordo Cina-USA

La più grande sorpresa a Glasgow è stato un accordo tra i due maggiori emettitori di gas serra per lavorare insieme. Come pronosticabile non si è arrivati a nessuna grande azione concreta, ma già il fatto che i due super giganti stanno almeno parlando di clima in mezzo al più ampio stallo diplomatico dei tempi recenti è una buona notizia. La Cina era stata del tutto assente dai colloqui fino a ora; quindi, il fatto che si sia riaffacciata al panorama climatico è un buon segno.

 

  • Banche

L’ex governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, ha convinto le banche, gli investitori e gli assicuratori - che rappresentano 130.000 miliardi di dollari in attività - a decarbonizzare le loro attività entro la metà del secolo. La finanza è uno strumento potente nella lotta contro il cambiamento climatico. Tuttavia, la lista non include le tre più grandi banche del mondo, che sono tutte cinesi e importanti fornitori di finanziamenti per il carbone.

 

  • Regole per il commercio del carbonio

Le regole sul commercio internazionale del carbonio (inteso come la componente di emissioni nocive a base carbonio) portano chiarezza alle aziende e indirizzano il mercato verso una standardizzazione che dovrebbe aiutare a ridurre le emissioni, anche se alcuni attivisti sono preoccupati che non siano abbastanza strette. Queste regole sono state lungamente attese e finalmente conquistate.

 

  • Impegno sul metano

Per la prima volta dal 1995 si è creato un riferimento al metano nel patto stipulato, dove più di 100 paesi hanno accettato di ridurre il consumo di metano. Non è un accordo vincolante (i paesi non sono obbligati a mantenere tale accordo), ma ancora una volta, costituisce un potente segnale che le nazioni del mondo sono sulla via di affrontare le emissioni di un gas che in media ha un potenziale di riscaldamento globale di ben 24 volte superiore a quello della CO2.  

 

  • Aumentare i piani e con maggiore controllo

I paesi devono tornare l’anno prossimo con piani climatici migliori. Pur essendoci una clausola di uscita da tale accordo, sono comunque state concordate nuove regole che permetteranno un maggiore controllo sulla comunicazione delle emissioni. La missione è di rendere gli obiettivi climatici delle parti in gioco comparabili, permettendo a tutti di valutare cosa e come stanno facendo gli altri.

 

  • Soldi per i danni

Per la prima volta, c’è un riconoscimento che i Paesi colpiti da eventi climatici catastrofici riceveranno un aiuto economico. Sono state gettate le basi per istituire correttamente un meccanismo di supporto al riguardo, anche se i dettagli più fini e la quantità di denaro esatto dovranno essere definiti nella COP27, che si terrà in Egitto l’anno prossimo.

 

  • Deforestazione

Molti degli accordi collaterali concordati alla COP hanno deluso, ma un patto sulla deforestazione stipulato dai principali attori potrebbe fare la differenza. 

 

I numeri magici 

L’accordo non è il patto che alcuni speravano, ma stabilisce una visione per un mondo che taglia radicalmente  l’uso del carbone, elimina i sussidi ai combustibili fossili e impegna i governi agli obiettivi più ambiziosi dell’accordo di Parigi. All’ultimo minuto si è creata una gran confusione intorno al linguaggio del patto, che è stato cambiato da un "phase out" (uscita totale del carbone dai mix energetici nazionali) a un "phase down" (rallentamento del consumo di carbone), con l’India che si è presa la maggior parte della colpa. Naturalmente non era l’unico Paese a preferire questo linguaggio annacquato. Australia, Cina e Stati Uniti – tre dei maggiori produttori e/o consumatori di carbone – erano tutti perfettamente felici di nascondersi dietro l’obiezione indiana. Il carbone, grande protagonista della COP26, è effettivamente il peggior colpevole sul banco degli imputati al cambiamento climatico, con la maggior quantità di CO₂ per unità di energia. Ma, naturalmente, non è l’unico. Il petrolio e il gas naturale sono ugualmente parte del problema, ed entrambi dovrebbero essere identificati per nome. L’intero accordo poggia su una scommessa enorme: che i più grandi inquinatori del mondo elimineranno tutte le loro emissioni nette nei prossimi decenni, e la recente impennata nell’estrazione del carbone in Cina, India e Australia dimostra quanto sarà difficile.

Tutto questo tram-tram di accordi ci lascia in rotta per un riscaldamento di 1,8 gradi Celsius, se tutti gli impegni si realizzano, ed è un grande “se”. Appunto, se i Paesi rispetteranno i loro impegni, le emissioni di gas serra nel 2030 saranno leggermente inferiori a quanto previsto in precedenza. Il calo però non significa che siamo al sicuro. Lo studio guidato da Ida Sognnaes del Centro per la ricerca internazionale sul clima (Cicero), ha mostrato che il risultato della temperatura basato sugli impegni climatici dei paesi è pieno di incertezze. Usando i dati sugli obiettivi fissati circa un anno fa, Sgonnaes e il suo team hanno scoperto che il mondo potrebbe riscaldarsi ovunque tra 1,7°C e 3,8°C entro il 2100 rispetto ai livelli pre-industriali, come mostrato nella curva sottostante.


Figura 1. Impatto della COP26 sulle emissioni globali. Fonte: Climate Action Tracker, riadattato da Bloomberg Green, Novembre 2021.

 

L’estremità inferiore della previsione del centro Cicero metterebbe il mondo molto vicino all’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento della temperatura globale sotto 1,5°C. Questo comporterebbe molti più eventi meteorologici estremi di quelli che affrontiamo attualmente a 1,1°C di riscaldamento, ma è probabile che eviti di innescare alcuni cambiamenti irreversibili, come il collasso della calotta antartica occidentale. L’estremità superiore della previsione vedrebbe il mondo superare l’obiettivo meno ambizioso di Parigi, cioè limitare il riscaldamento a 2°C. Se poi scendiamo negli scenari più apocalittici, un pianeta più caldo di quasi 4°C renderebbe inabitabili vaste parti della Terra, innescando una migrazione di massa di centinaia di milioni di persone e mandando in tilt l’economia globale. Apocalittico si, improbabile no. Questo significa che c’è poco tempo per riposare sulle conquiste fatte alla COP26. Tuttavia, il patto per il clima di Glasgow è un messaggio agli investitori e ai dirigenti che la marcia verso lo scenario del net zero (dove le emissioni di CO2 globali saranno uguali a zero) sta accelerando.

 

E il Governo italiano?

Il Governo presieduto da Mario Draghi, quest’anno insignito della co-presidenza della COP26, ha anch’esso portato il suo contributo. Il patto stilato più importante è di sicuro la decisione, arrivata all’ultimo momento e su forte pressione del ministro alla transizione ecologica Roberto Cingolani, sullo stop ai finanziamenti pubblici a trivelle e gasdotti. L’Italia ha infatti firmato un accordo durante il summit per porre fine ai finanziamenti all’estero per i combustibili fossili. È un patto non vincolante ma segna un ulteriore restringimento del flusso di denaro dalle banche pubbliche allo sviluppo di estrazione di petrolio, gas e carbone. In aggiunta, il governo ha sottoscritto un elenco ulteriore di documenti riguardanti molti dei temi precedentemente descritti. Dalla conferma dell’obiettivo di raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050 alla volontà di creare rotte marittime a zero emissioni tra 2 (o più) porti. Quest’ultimo obiettivo, globale, è di sostenere la creazione di almeno sei corridoi verdi entro la metà di questo decennio, puntando a scalare l’attività negli anni successivi, sostenendo la creazione di più rotte entro il 2030. Tornando sul tema del carbone, l’Italia è tra i Paesi firmatari che riconoscono come la produzione di energia da carbone sia la principale causa dell'aumento della temperatura globale e si impegnano ad aumentare la produzione di energia pulita. In aggiunta, l’impegno si estende ad accelerare la transizione energetica, e a tutelare i lavoratori e le comunità in questo processo. La Green Grids Initiative, altro trattato firmato dal governo, mira a realizzare reti verdi interconnesse, attraverso investimenti nel solare, nell’eolico, nell’immagazzinamento e nella generazione di altre energie rinnovabili in luoghi dotati di risorse rinnovabili per sostenere una rete globale. Infine, l’Italia si è impegnata nel sottoscrivere il “Forests, Agriculture and Commodity Trade”, volto a creare un processo per incentivare lo sviluppo agricolo sostenibile delle foreste e di altri ecosistemi, sostenendo allo stesso tempo posti di lavoro, commercio e mezzi di sussistenza. 

 

Perché non scegliere i vincitori?

In conclusione, le nuove analisi (come lo studio Cicero menzionato precedentemente) a disposizione dei responsabili politici mostrano come una maggiore azione globale volta ad accelerare la transizione dai combustibili fossili dovrebbe essere nell’interesse di tutti. I problemi sono ad oggi evidenti e largamente riconosciuti anche a livello globale, ed è per questo che i futuri colloqui sul clima dovrebbero concentrarsi sulle soluzioni. Menzionare il carbone, il metano e - si spera presto - altri combustibili fossili nei testi negoziali formali è buono. Ma perché non menzionare anche il solare fotovoltaico, l’eolico e le tecnologie geotermiche? È facile vedere come questo possa diventare molto rapidamente controverso. Il grande idroelettrico e il nucleare dovrebbero essere sulla lista? E la cattura e lo stoccaggio del carbonio? Non ci sono risposte facili, ma evitare del tutto la questione non è nemmeno una risposta. Il rapido progresso sui costi del solare fotovoltaico e di altre tecnologie a bassa emissione di carbonio dovrebbe essere celebrato e sostenuto. Così facendo, si indirizzerebbero ulteriormente le attenzioni verso le tecnologie che stanno accompagnando e che sono ad ora centrali per la transizione economica. Il futuro ci riserva molte incertezze, vedi la pandemia di Covid19 cosa ha comportato, ed essere preparati per un rapido cambiamento è ancor più necessario. 

Le conversazioni sul clima sono spesso dominate da punti di ribaltamento negativi. Una politica intelligente, invece, si concentra sulla prevenzione e protezione da queste brutte sorprese. Tuttavia, il cambiamento economico, politico e sociale è allo stesso modo dominato da punti di ribaltamento positivi. Per tanto tempo non cambia nulla, finché improvvisamente tutto cambia. Ad oggi le notizie negative sul clima sono ancora più influenti delle politiche messe in atto, ma i segnali positivi ci sono e vanno sottolineati. Ciò che era già sulla bocca di tutti e che è emerso considerevolmente durante l’edizione inglese della COP è che la politica globale, la finanza e le forze sociali hanno iniziato a spingere nella giusta direzione. La chiave è prepararsi ora, in modo che alla COP27 e oltre, si possano creare le condizioni necessarie per incanalare questa tendenza positiva in una direzione produttiva.

 

 

 * Duccio Baldi e Tommaso Tiozzo Bastianello sono due ingegneri energetici specializzati in energia rinnovabile e modellazione di sistemi energetici. Dopo aver conseguito entrambi il master all’estero (Duccio in Olanda e Tommaso in Danimarca) e successivamente accumulato esperienze internazionali in enti come GIZ (governo tedesco), IRENA (agenzia internazionale delle energie rinnovabili) e in Commissione Europea, hanno deciso di tornare in Italia per contribuire attivamente alla transizione energetica, fondando una startup sulle comunità energetiche: EnCo - Energia Collettiva.

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